...ed ho imparato che l'amore insegna...ma non si fa imparare...
Eccomi
Nome: Marzia Amo...i viaggi...la fotografia...la musica...le canzoni di De Andrè...De Gregori...Battiato...le poesie di F. Pessoa e di A. Merini..il cinema...il teatro...Nestore(il mio cane), Valerio e Tommasa (le mie tartarughe)...Fausto (il mio coniglio)..Priscilla&Calimero (le mie paperelle)..la pizza...il mare (soprattutto il mio mare!)...la mia nonna...Roma di notte...l' America Latina...i colori...le bolle di sapone....e tante...tante...tante...altre belle cose!!!!!
...nel mio fantastico mondo...sospeso tra sogno e realtà...vivo di abbracci (quelli forti forti!!!) e di sorrisi (quelli che scaldano il cuore!)...
...silenzio dovuto alla mancanza di internet...silenzio dovuto alla difficoltà di riuscire ad esprimere con le parole le emozioni vissute in questi mese...quasi non mi sembra vero che siano già volati sei mesi...
Troppe le cose da raccontare...belle...brutte...dolci...amare...e un pò agrodolci!
Ora è finalmente arrivata la linea internet nel centro...posso quindi promettere che aggiornerò più spesso queste pagine...
Per il momento vi lascio questa...
...lei è il mio angelo...è una storia lunga...che alcuni conoscono bene...
Si dice che quando stringi tra le braccia un figlio...la vita cambia per sempre...
La mia vita è cambiata...per sempre....e lei è parte di me!
...in attesa del volo che mi porterà dritta dritta in quel di Calcutta...
...frastornata..."ora che ho lasciato la mia nave...ho paura...non ho fiato in gola...
...ricomincia un' altra storia...ho negli occhi il mio destino.."
....il mio pensiero vola nel tuo abbraccio...nel tuo sorriso...perchè quello c'è sempre...
...tu che sorridi e mi prometti che è l' ultima volta che mi lasci partire da sola...
...tu che sorridi davanti alle mie paure..."perchè tra qualche anno racconteremo ai nostri bimbi di questa notte"...
Tra due giorni si riparte...e per la prima volta lasciare l' Italia fa male...
L' ascolto mentre preparo la valigia...quante emozioni...è proprio nostra...
Tu mi hai guardato con l'occhio di chi vuole,
io non mi feci pregare di più
sentii un calore battermi nel petto
dissi "stavolta non riparto più!"
Poi ti mostrai le foto dei miei viaggi
ti raccontai di un popolo lontano
tu mi hai mostrato il bianco dei tuoi seni
mi hai detto "passami l'asciugamano!"
Nella tua casa i resti di una vita
passata a smettere e ricominciare
nei tuoi cassetti un paio di segreti
pronti per quando me li vorrai dire.
I giorni pesano se sono vuoti
quei giorni invece volavano leggeri
le nostre ombre divennero una
sopra l'asfalto e sopra tutti i muri.
Io sono una valigia
e giro di stazione in stazione
in molti mi trasportano
ma in pochi hanno la combinazione.
Ma chi l'avrebbe detto che la vita
mi sorprendeva come hai fatto TU.
Tu m'hai aperto come una ferita
sto sanguinando ma non ti lascio più,
io non ti lascio più.
Poi ti portai sul ciglio dell'oceano
ti ho detto "Promettimi che mi amerai"
Tu mi hai rispetto che anche le ragazze
fanno promesse da marinai.
Ti ho detto "Credi di avermi deluso
ma ti darò ancora più passione
il cuore, il letto, il mondo, l'universo
sospesi in una bolla di sapone"
Tu mi hai insegnato ad amare la mattina,
il pane caldo e la malinconia,
i piedi gelidi sotto al lenzuolo
e che il successo non fa compagnia.
Non vi dirò come finisce la storia
anche perchè non è finita mai
Se scorre un fiume dentro ad ogni cuore
arriveremo al mare prima o poi.
Io sono una valigia
e giro di stazione in stazione
in molti mi trasportano
ma solo tu hai la combinazione.
Ma chi l'avrebbe detto che la vita
ci travolgeva come hai fatto TU.
Tu m'hai aperto come una ferita,
sto sanguinando ma non ti lascio più,
io non ti lascio più,
no, io non ti lascio più.
Io non ti lascio più
Io non ti lascio più
Io non ti lascio più
Io non ti lascio più
Io sono una valigia
e giro di stazione in stazione
in molti mi trasportano
ma solo tu hai la combinazione.
Io non ti lascio più
Io non ti lascio più
Io non ti lascio più
Io non ti lascio più
Io sono una valigia
e giro di stazione in stazione
in molti mi trasportano
ma solo tu, solo tu, solo tu,
solo tu
...perchè questa notte mi sento così....
...perchè le parole andrebbero pesate...
...perchè le parole fanno male...
...perchè non si fanno promesse...che non si possono mantenere...
...perchè ci sono sempre troppi forse nella mia vita...
...perchè...come dice Aly...bisogna saper conversare con il proprio cuore e con la propria anima...
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.
C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.
C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.
C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.
È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.
Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.
C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.
C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.
Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
n queste settimane non sono riuscita ad usare la macchina fotografica…perché…perché no..
Poi la gente mi ha chiesto di fare delle foto…ed io le ho fatte…
Pensavo di non farle circolare…perché non mi sembrava giusto…in alcuni casi erano mamme che mi chiedevano di fotografarle insieme ai propri bambini perché sapevano che sarebbero morti nel giro di poche ore…
Ma credo che la gente debba vedere…vedere per cercare di comprendere cosa sta succedendo in questa parte di mondo dimenticata da tutti…vedere…
Vedere…perché certe cose sono difficili da raccontare…e si rischia di cadere nella retorica..non volendo…
E certe cose bisognerebbe vederle da vicino…perché l’ odore di un campo profughi dove la gente vive senza acqua ne cibo da settimane…mesi…la polvere…il caldo insopportabile…non si possono raccontare…
Si parla di 850000 sfollati…persone che vivono in capanne di stoffa…non una baracca di lamiera per proteggersi dalla pioggia…no…già quello sarebbe un lusso da queste parti…
Bisognerebbe sentire il respiro affannato dei bambini agonizzanti…vedere i loro sguardi…
Bisognerebbe fare qualcosa…
Ma…nonostante tutto…si cerca ancora di sorridere da queste parti...
situazione sempre più difficile dopo gli scontri fra truppe e ribelli islamici
Tragedia umanitaria in Somalia:
migliaia di sfollati in fuga dalla guerra
Da Mogadiscio un esodo di almeno 170mila persone
MOGADISCIO – La Somalia è di nuovo sconvolta da una catastrofe umanitaria. Mentre le forze governative, appoggiate da reparti dell’esercito etiopico, stanno rastrellando interi quartieri della capitale per snidare gli insorti che ancora vi sono asserragliati, da quattro giorni è cominciato un esodo biblico. Il mercato di Bakara, il cuore di Mogadiscio una volta affollatissimo dove gli insorti hanno tenuto le loro posizioni fino a ieri mattina, nel pomeriggio era deserto. Negozi chiusi e bancarelle distrutte dalla battaglia. Palazzine con i muri crivellati dai proiettili. Per strada solo qualche carretto carico di vettovaglie spinto a mano da intere famiglie che abbandonano la capitale.
Soldati somali nel centro di Mogadiscio (M.A. Alberizzi)
FUGGITIVI - L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha calcolato che almeno 173 mila persone siano scappate da Mogadiscio. Centomila si sono accampate lungo la strada che porta dalla capitale ad Afgoy, a una trentina di chilometri a su ovest. In questo centro agricolo, un volta orgoglio della Somalia, si sono già sistemati altri 150 mila sfollati fuggiti dai combattimenti dell’inizio dell’anno. Cinquantamila persone hanno giù superato Afgoi e hanno raggiunto i dintorni di Marca, capitale del Medio Shabelle. La situazione è disperata. Questa gente vive in capanne di sterpi e foglie, senza acqua e senza cibo. L’Unhcr lunedì ha comunicato di aver svuotato i magazzini di Mogadiscio e di aver mandato con dei camion, nella zona il poco cibo rimasto, sufficiente a sfamare 2500 famiglie. I cronisti però, non possono uscire dalla capitale per motivi di sicurezza: «La strada è infestata da banditi e da miliziani sbandati – ha raccontato un camionista dell’Alto Commissariato, con il veicolo carico di sacchi di farina diretto nella zona dei profughi – E poi per passare i check point i soldati governativi ci chiedono un balzello di parecchi dollari». L’autista non vuole quantificare meglio, ma un comunicato dell’agenzia sostiene: «Fino a 300 dollari». A Lafole, tra Afgoy e Mogadiscio, dove una volta sorgeva la facoltà di agraria dell’università somala, sono sorti 15 insediamenti spontanei che ospitano migliaia di sfollati. «Non riusciamo a portare gli aiuti necessari – spiegano negli uffici dell’Unhcr -. Non c’è più posto per accogliere la gente in fuga. Molte famiglie vivono sotto gli alberi. Manca l’acqua e i camion cisterna che mandiamo non riescono a soddisfare il fabbisogno. Per prendere i 20 litri assegnati a ogni famiglia qualcuno ha fatto una coda di 6 ore».
In fuga portando via quello che si può (M.A. Alberizzi)
CIFRE INCERTE - «Il numero complessivo di sfollati interni in Somalia – denuncia l’organizzazione dell’Onu - è salito a 850 mila, comprese 450 mila persone costrette a fuggire dalla capitale a partire da febbraio del 2007». Ma a Mogadiscio la battaglia non è finita. Il numero delle vittime, soprattutto civili intrappolati tra due fuochi, è imprecisato. Gli ospedali sono pieni di feriti. Muktar Robow, che ha preso il nome di battaglia arabo di Abu Mansur, uno dei leader islamici che hanno giurato di combattere il Governo Federale di Transizione e i soldati etiopici che lo sostengono, ha lanciato un appello via web. «Attaccate le forze straniere – ha intimato a tutti i somali -. Anche i soldati ugandesi della forza di pace dell’Unione Africana». Kampala ha inviato in Somalia un contingente di 1700 uomini che vivono asserragliati nel porto e nell’aeroporto. Nei prossimi giorni sono attesi due battaglioni di soldati burundesi. Il capo della polizia somala Abdi Qaibdid, intervistato ieri nel suo ufficio, sostiene che in città la situazione della sicurezza è migliorata, ma che «i terroristi rappresentano ancora una grave minaccia. Terrorizzano la popolazione per costringere la gente ad appoggiarli – spiega -. Ammazzano per strada e a sangue freddo quelli che sostengono il governo: i poliziotti, i funzionari pubblici e quanti ci mostrano simpatia. Ecco perché tutti hanno paura». Secondo la Croce Rossa ci sono stati almeno 80 omicidi dalla fine dell’estate. “Cinquanta - aggiunge Abdi Kaibdid – erano poliziotti”.
ROCCAFORTE - I rastrellamenti sono affidati soprattutto alle forze etiopiche che però dalla scorsa settimana, quando hanno subito la perdita di almeno sette uomini, non usano più il guanto di velluto ma il pugno di ferro e sono decisi a schiacciare qualunque resistenza. Se gli islamici sono stati scacciati dal centro della capitale, conservano la loro roccaforte nella periferia nord occidentale di Mogadiscio, nel quartiere di Wahara’ Adde dove, nascosta nella boscaglia, sorge la moschea di Al Idayha, frequentata fino a dicembre scorso da pachistani e da afgani, considerata la roccaforte dei fondamentalisti. E’ molto vicina, tra l’altro, all’ospedale e al villaggio per orfani dell’organizzazione Sos Children. Appoggiati da una potente scorta, con il collega di Le Monde Jean-Philippe Remy, abbiamo fatto una rapido giro nella zona. Il deserto è totale e la sicurezza assai precaria. Sui tetti della case – sostiene lo stringer del Corriere Yussu Hassan – si possono annidare i cecchini. Pattuglie etiopiche, in cerca degli insorti, si muovono a piedi e il rischio di trovarsi tra due fuochi è concreto.
All’ospedale di Medina i pazienti sono sistemato anche nei giardini per far posto ai feriti gravi giunti in questi giorni (M.A. Alberizzi)
RIORGANIZZAZIONE - Raggiunto l’ospedale di Sos Children il medico, Albulkarim Kalifa, spiega che la struttura non è stata toccata: «Soldati e insorti si sono affrontati nelle strade adiacenti che ancora sono pericolossissime. Qualche colpo è entrato anche qui, ma è stato casuale e non intenzionale. In particolare una bomba di mortaio ha ferito gravemente una donna e leggermente un bambino». Dopo una decina di minuti di visita il dottore ci consiglia caldamente di lasciare immediatamente l’ospedale: «Vi hanno visto entrare e potrebbero avervi organizzato un’imboscata alla vostra uscita; meglio che ve ne andiate subito». Sapremo più tardi che durante la nostra visita a Sos Children, poco lontano il camion di una pattuglia etiopica è saltato su una mina telecomandata. Secondo notizie di intelligence i militanti islamici si starebbero raggruppando e starebbero ricevendo armi nel sud del Paese, nei villaggi intorno a Ras Chiamboni, quasi ai confini con il Kenya, nelle zona dove prima dell’offensiva etiopica del dicembre/gennaio scorsi avevano le loro basi. Si starebbero leccando le ferite per preparasi di nuovo a dare battaglia.
Altissimo il numero degli sfollati a causa degli scontri. Duecentomila persone hanno abbandonato Mogadiscio
Antonietta, una delle pochissime donne cristiane di Mogadiscio, piange disperatamente. Ha dovuto lasciare la sua casa semidiroccata nel quartiere Wardigley ed è scappata anche lei verso Afgoi, a una trentina di chilometri dalla capitale, una volta centro agricolo orgoglio della Somalia. Le banane di Afgoi riempivano i banchi dei mercati di tutta Europa. Oggi, dopo 16 anni di guerra civile, la città è solo un ammasso di profughi sventurati.
Persone in fila in attesa di cibo nella città di Afgoi (Ap)
Antonietta si è accampata assieme alle due figlie poco fuori Mogadiscio, in uno dei 50 campi spontanei spuntati lungo la strada. Ha costruito lei stessa una misera capanna di frasche intrecciate. Teme di essere assassinata o, se le va bene, stuprata. «Non ho niente da magiare; l'acqua è inquinata; non ho soldi neanche per scappare. Se entro ad Afgoi mi sbattono nel campo profughi e allora, poiché sono cristiana, nessuno mi darà nulla. Spero che qui passi un camion nell'Onu e mi lasci qualcosa», urla con la voce rotta dalle lacrime.
Almeno duecentomila persone sono fuggite da Mogadiscio. Da una decina di giorni fa, per l'ennesima volta, la capitale somala è sconvolta violenti scontri. L'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati (Unhcr) denuncia: «In Somalia gli sfollati sono ormai un milione, su sette milioni di abitanti». Afgoi scoppia, non ci sono le strutture per accogliere chi scappa e gli aiuti non arrivano.
I bombardamenti indiscriminati, i conflitti a fuoco e i duelli violentissimi a colpi di cannone e di mortaio scoppiati a Mogadiscio tra soldati etiopici, alleati alle truppe lealiste, e ribelli che si oppongono al Governo Federale di Transizione (ora in Somalia chiamati con il termine arabo muqawamah, cioè resistenza), hanno causato almeno duecento morti. Interi quartieri sono ormai diventati fantasma. Porte e finestre delle poche abitazioni rimaste in piedi sono sbarrate. La paura che sui tetti siano annidati i cecchini spinge l'autista dell'auto noleggiata dal Corriere a correre a più non posso. L'ospedale di Medina è pieno di feriti che accusano gli etiopi di ferocia, anche se qualche intervistato spiega che non è proprio così: «Non so chi mi ha ferito - racconta Abdi con il braccio spappolato da un proiettile – mi sono trovato in mezzo alla battaglia».
Gruppi di sfollati si sono accampati sulla strada di Daynile, sobborgo sudoccidentale della città, poco lontano dall'ospedale gestito fino alla settimana scorsa dalla sezione francese di Medici senza Frontiere. «Non hanno acqua né cibo – aveva spiegato Matthew Cleary, il capo progetto poche ore prima di lasciare la struttura che aveva messo in piedi un paio di mesi fa -. Non ci sono lastrine e si rischia un'epidemia di tifo e colera». Matthew avrebbe voluto restare nel suo ospedale, ma l’ordine da Parigi è stato tassativo: «La sicurezza è precaria: dovete rientrare».
Un paio di giorni dopo la loro partenza, giovedì scorso, poco lontano dall'ospedale un camion carico di soldati etiopici è saltato su una mina telecomandata dai muqawamah. Anche quella zona è diventata altamente insicura e gli abitanti di quel campo profughi improvvisato si sono spostati verso Afgoi.
Raggiunto al telefono a Baidoa, 250 chilometri da Mogadiscio dove ha sede il parlamento somalo che dovrebbe nominare il primo ministro tra poche ore, Davide Bernocchi, direttore della Caritas Somalia, lancia un appello: «Non riusciamo ad aiutare tutti quelli che ne avrebbero bisogno. La situazione della sicurezza è pessima, quella politica in stallo. E poi ci sono gli sciacalli, cioè coloro per i quali gli sfollati sono un affare lucroso; coloro che sono legati al business degli aiuti. Abbiamo bisogno di aprire un corridoio umanitario sicuro per far arrivare il cibo a chi ne ha bisogno».
Un bambino somalo ferito (ap)
La distribuzione alimentare è difficilissima: «Per arrivare ad Afgoi si devono passare numerosi posti di blocco dove militari e poliziotti infedeli ti chiedono anche fino a 300 dollari per farti passare», spiega un autista che sta uscendo dal porto di Mogadiscio con il suo camion carico di sacchi di farina donato dal World Food Programme. È una guerra tra disperati per sopravvivere: i soldati e i poliziotti sembra che non ricevano più i salari. Pagati dall'Onu gli stipendi finiscono invece nelle tasche di qualche funzionario.
A Mogadiscio continuano i rastrellamenti casa per casa, soprattutto nella parte settentrionale della città, nel quartiere attorno all'ospedale dell’organizzazione umanitaria SOS Children. Raggiungere l'ospedale è difficile e pericoloso. La zona è il caposaldo degli insorti islamici, guidati Muktar Robow, il comandante dei fondamentalisti che dopo un lungo soggiorno in Afghanistan è tornato in Somalia con il nome di battaglia di Abu Mansur.
Le strade intorno alla struttura sono deserte ma sul terreno restano i segni della battaglia: bossoli, sandali abbandonati per scappare meglio, rottami di veicoli. È stato in quell'area che una decina di giorni fa gli insorti hanno ammazzato sette soldati etiopici (alcune fonti dicono nove). Due cadaveri legati a una fune sono stati trascinati da una folla ululante fino in centro città, al mercato di Bakara. Una Black Howk Down etiopica. Le immagini trasmesse da Al Jazeera, che ricordano quelle a suo tempo (era l'ottobre del 1993) messa in scena quando furono uccisi 18 marines americani dell’operazione Restore Hope, hanno fatto infuriare gli etiopi.
I rastrellamenti casa per casa sono stati fatti con il pugno di ferro e la popolazione civile si è trovata tra due fuochi: da un lato i soldati etiopici dal grilletto facile, decisi a vendicare i compagni, dall'altra gli insorti, che spesso di sono fatti scudo della popolazione civile, e la loro reazione "mordi e fuggi". I duecento morti per la maggior parte non sono né soldati, né combattenti, ma gente comune.
«Siamo sotto una pressione altissima – racconta un intellettuale somalo che non ha voluto lasciare la sua casa -. I soldati governativi e i loro alleati etiopici hanno paura, sono nervosissimi e sparano al primo movimento sospetto. Gli insorti sono assassini: ammazzano chiunque sia indiziato di collaborazionismo». La Croce Rossa denuncia: «In meno di un anno almeno 80 omicidi».
«I capi degli islamici sono in fuga verso il sud della Somalia, lungo la costa dell'Oceano Indiano – spiega il comandante delle truppe etiopiche, generale Gebre Kidane –. Ma stavolta non commetteremo l'errore di un anno fa. Non lasceremo loro nessuna via di scampo. Li inseguiremo ovunque essi vadano anche fino a Dar es Salaam, se sarà necessario».
Somalia, fuga dall'inferno
viaggio nella città degli orrori
Tra bande di ribelli e militari, dove a un anno dall'invasione etiope e dalle bombe Usa regna la più crudele anarchia. Negli ultimi dieci giorni sono scappati in 250mila dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI
Miliaziani nelle strade di Mogadiscio
MOGADISCIO - Dopo 14 conferenze di pace, a quasi un anno dall'invasione etiope e dai bombardamenti Usa, giustificati con la necessità di fermare l'avanzata di Al Qaeda in Africa, la Somalia precipita sempre di più nel dramma. Una settimana fa, infatti, dall'Etiopia sono arrivati altri 20 mila uomini e 52 carri armati con un ordine semplice: fare una strage. Comincia da qui il viaggio nell'inferno della Somalia, paese senza pace, dove centinaia di conflitti sono stati coperti dal marchio globale di una guerra civile che dura da 17 anni. I militari del presidente provvisorio sono alla fame, i civili allo stremo (quattromila i morti nel 2007): donne, bambini e vecchi scappano a piedi. Un popolo in fuga dalla capitale e che si rifugia nelle tendopoli. Sperando nell'aiuto della Comunità internazionale.
La scimmia Hawo. Adesso, con un lampo strano negli occhi, lo chiamano "la scimmia". Hawo Ali, da due settimane, vive sospeso tra gli spini del secondo ramo di una grande acacia. È il segreto degli sfollati nel campo di Elasha, a sud della capitale. L'eroe dell'ultima battaglia di Mogadiscio ha 11 anni. Per due ore ha trascinato per le vie del grande mercato di Bakara il cadavere di uno dei sette soldati etiopici ammazzati dai ribelli al governo di transizione. La notte prima era stato costretto ad assistere allo sterminio della sua famiglia. Assieme alle vedove del clan è stato scelto dalle milizie degli shabaab, i giovani delle corti islamiche in rotta, per offrire un macabro regalo agli invasori di Addis Abeba.
Usa e Etiopia. Nel 1993 era successo con gli americani. Lo choc popolare aveva costretto Bill Clinton a ritirare le truppe. Oggi non è andata così. Gli etiopici hanno arrestato venti maschi somali, rastrellati a caso nel quartiere di Yagshid. Venti uomini vivi in cambio di un cadavere preso a calci dalla folla? Ai mercanti del porto è sembrato che il nemico cedesse. L'errore l'hanno capito l'altra notte. Nel quartier generale dell'esercito governativo è entrata la salma dell'occupante, avvolta in un lenzuolo bianco. Dal carcere sono usciti venti sacchetti di nylon blu, riempiti con i pezzi degli ostaggi, irriconoscibili, mescolati alla rinfusa.
Resa dei conti tribale. È scattata così l'ultima vendetta etiope contro il popolo somalo, scudo per la nuova resa dei conti tribale. Un ordine semplice: consumare una strage senza limiti, decimare la capitale, seminare il terrore e la disperazione in ogni zolla del Paese. Per questo Hawo Ali ora deve nascondersi da tutti. Il 4 novembre è stato il volto dell'insurrezione ispirata dai fondamentalisti, decisi a innescare una rivoluzione nazionalista. Ha fallito. Ora, per tutti, è solo il colpevole del più crudele massacro del Corno d'Africa dall'inizio della guerra civile in Somalia. È un bambino, ma ha capito. Rifiuta la razione di mais. La sua patria è un altoforno in fiamme, il destino ha spento la sua stella.
In fuga senza vedere. Dieci chilometri a nord, poco sotto lo stadio di Mogadiscio, tocca a Fortun Abdullahi Ali Afrah assistere alla catastrofe. Un proiettile le è esploso negli occhi. Ha sedici anni, nessuno ha il coraggio di portarla in un ospedale. La madre al mattino la depone su una sedia, in mezzo alla strada. Se non può vedere, che almeno senta quello che succede a chi può camminare. La città è un misterioso, imprevedibile, deserto campo di battaglia. Tra le macerie, squarci e spazi aperti dai bombardamenti sono vuoti. Negozi, mercati, scuole, uffici, università e porto sono chiusi.
Nascosti nelle buche. Ciò che resta della popolazione passa il giorno barricato nelle buche scavate sotto il pavimento delle case. Sono quasi tutti maschi, rimasti a difendere le proprietà. Chi deve uscire in cerca di acqua e di cibo, corre ricurvo tra auto bruciate e muri crollati. Cadaveri e feriti vengono lasciati dove cadono. Un'aria spessa, bollente e polverosa, stende su tutto una nebbia affumicata. Negli ultimi giorni non si spara più solo di notte.
Civili in fuga dalla Somalia
Tra spari e silenzio. Gli insorti combattono in campo aperto. Ore di battaglia intensa cedono a lunghe pause di silenzio. Il terrore dirada gli scontri. Soldati etiopici e squadre fedeli al governo rastrellano però senza sosta, edificio per edificio. Circondano un quartiere e chi è all'interno è perduto. Ufficialmente danno la caccia ai terroristi vicini alle Corti islamiche, in fuga da gennaio. I superstiti raccontano invece un'altra storia. I militari armati dal presidente provvisorio, Abdullahi Yusuf del clan darod, da mesi non vedono un soldo.
Il mattatoio. Alla fame, come la gente, aggrediscono e rapinano chi non confessa di sostenere la jihad. Chi ammette è giustiziato sul posto, quindi mutilato. Chi resiste viene decapitato. Membra umane sono state appese in una macelleria, come lezione collettiva. Centinaia le donne stuprate davanti ai parenti. Il primo ministro, Ali Gedi del clan hawiya, è stato costretto a dimettersi e a rifugiarsi in Kenya. La capitale torna nelle mani dei "signori della guerra", dei darod che garantiscono a Yusuf il controllo di porto e aeroporto: mezzo milione di dollari al giorno, in contanti. Sindaco e capo della polizia impongono il loro dazio a chi scappa. Per i bambini sotto i 12 anni la tariffa è doppia. I ribelli, non solo fondamentalisti, si preparano ad una lunga resistenza. Nel quartiere "Mar Nero", attorno al grande mercato e a Wahara Adde, si scavano trincee e cunicoli sotto le macerie. Dopo 14 conferenze di pace, a quasi un anno dall'invasione etiope e dai bombardamenti Usa, giustificati con la necessità di fermare l'avanzata di Al Qaida in Africa, la Somalia precipita in un massacro dominato dall'anarchia.
Dieci, cento, mille conflitti. Centinaia di conflitti coperti dal marchio globale di una guerra civile che dura da 17 anni: vendette tra clan, tribù e famiglie; lotte di potere tra generali e criminali che hanno spodestato Siad Barre; contese tra le bande che alimentano il più fiorente mercato africano di armi, droga e scorie nucleari; guerra santa dei fondamentalisti islamici, finanziati dal mondo arabo attraverso l'Eritrea; invasione colonialista dell'Etiopia, appoggiata dagli Usa per assicurarsi il controllo di petrolio e uranio; infine Somaliland e Puntland che reclamano indipendenza, l'irredentismo che riesplode nell'Ogaden, la resistenza nazionalista che spinge il nord contro il centro e questo contro il sud. In mezzo al caos, i caschi verdi dell'Unione africana. Avrebbero dovuto essere 8 mila. Meno di duemila ugandesi invecchiano assediati nelle caserme. Sabato notte i ribelli islamisti hanno obbedito all'appello di uno dei loro capi, Abu Mansur.
L'ultimo atto: attacco agli stranieri. Il quartiere generale di Mogadiscio è stato bombardato. Una capitale devastata attende l'ultimo atto della propria tragedia: l'esplosione degli attentati contro i contingenti stranieri, qui come ad Addis Abeba, o nel resto del Corno d'Africa. Per questo una folla sterminata, che aveva fin qui sopportato povertà e dolore come nessun altro, ora scappa. Vede che la criminalità rapace, l'indifferenza e l'idiozia della comunità internazionale, hanno sostituito il fondamentalismo degli islamisti, rinvigorito dall'intervento degli Usa. Il popolo in fuga non tenta solo di sottrarsi alla morte: non accetta di essere testimone passivo dalla propria autodistruzione, come un cuore sul fondo dell'abisso.
Senza cibo e senza acqua. Un fiume di scheletri neri, apatici e muti, emerge da quartieri isolati dal mondo. Nella capitale il cibo sta finendo e manca l'acqua potabile. I mercati, con la scusa di tagliare il sostegno popolare alle milizie shabaab, sono stati devastati e chiusi dall'esercito. Donne, bambini e vecchi scappano a piedi. I carretti, trainati da asini, sono colmi di materassi, stracci, pentole. Il racket dei miserabili vende posti su stipati pullmini, schiacciati dalla folla che si arrampica sui tetti. La popolazione si perde tra cammelli, capre, mucche, galline e cani, pure in fuga dalle esplosioni.
Alberi in affitto. Lungo i bordi dell'unica pista allagata, che collega Mogadiscio con il Sud, si affittano alberi per ripararsi dalla pioggia torrenziale. Le donne si fermano nelle pozzanghere per riempire di un liquido fangoso taniche gialle barattate con ciotole di riso. Si cucina, ci si lava, con la melma. Per accendere il fuoco i pochi maschi abbattono piante di cinnamomi e cespugli. Nei canali si ammassano le carcasse degli animali morti.
Caccia alle scimmie. Per mangiare si spara a branchi di scimmie grigie che, al tramonto, raggiungono la strada adescate con banane verdi. Bande di ragazzi si appropriano delle buche più profonde, le spianano e vi si stendono davanti. Chiedono cibo ai veicoli che scelgono di passarci sopra. I malati, oltrepassata la piazza K7 (sigla che indica la distanza dal centro di Mogadiscio), si fermano appena possono. Verso Lafole, i pozzi di Elasha e fino ad Afgoy, una distesa compatta di ramaglie, coperte con vestiti consumati e letame, protegge i reduci dagli orrori. Cinquanta, forse centomila ripari pieni di fori.
La malaria in agguato. Non si muore solo per l'assenza di cibo, o avvelenati dall'acqua infetta. Fanno strage la malaria, il colera, la tubercolosi e la bilarziosi. Non esistono latrine. Centinaia i feriti da proiettili vaganti, schegge, mine. Makagedi Wasuge è stata centrata alla gola mentre fuggiva con il figlio in abbraccio. Era nato da sei giorni. Lo ha perduto e chiede agli amici di ucciderla. Poche, generiche, le medicine. Nei campi di rifugiati a Lafole, Alabaray e all'Università di Agricoltura, opera un solo medico. Abdulrahman Abdi Haline, ortopedico, distribuisce sedativi a quasi ottantamila persone. Ne ha poche scatole, manda i vecchi a raccogliere certe erbe tra le dune.
L'odio per l'Etiopia. Ribelli vicini alle Corti islamiche e giovani insorti vengono curati clandestinamente. La massa è corrosa dall'odio contro l'Etiopia e contro "un governo agli ordini di Bush" che non controlla più nemmeno Villa Somalia, la propria sede dopo l'originaria a Baidoa. Fadumo, un anno fa, avrebbe impiccato chi le aveva imposto il velo integrale e chiuso caffè, cinema, radio e discoteche. Da questa mattina è volontaria tra i giacigli degli insorti. Fascia le ferite di chi, nel nome di Allah, le ha sgozzato il padre e un fratello.
Migliaia in fuga. Tra la capitale e Afgoy la tendopoli misura ormai cinquanta chilometri. Negli ultimi dieci giorni i fuggiti all'inferno di Mogadiscio sono stati oltre 250 mila. Mezzo milione da gennaio, un milione negli ultimi due anni. Un milione di esseri umani che hanno perso tutto, privi di un luogo dove vivere. Da fine ottobre i civili uccisi sono circa 500, duemila i feriti. Quattromila le vittime della guerra nel 2007, oltre 10 mila i feriti. Solo in novembre, ogni giorno, a Mogadiscio sono morti 25 abitanti. Quasi sempre madri con i figli. Si avvicinano ai mercati in cerca di cibo, vengono freddati dai cecchini. Ieri sera è capitato anche a Madina Elmi, famosa come "general". Ai tempi di Aidid era la donna dei "signori della guerra" che taglieggiavano gli innocenti.
Tra guerra santa e conflitto civile. Pentita, ha dedicato la vita alla pace. È stata colpita alla schiena mentre distribuiva pomodori agli orfani, ammassati poco fuori città. "Se la comunità internazionale non si sbriga - dice Tahlil Mahamud - tra un mese non avremo più sabbia per seppellire i cadaveri". È il capo di 2200 rifugiati, nascosti tra i cespugli che la stagione delle piogge fa rifiorire di giallo in un deserto rosso. Nelle ultime due settimane le 422 famiglie del suo clan hanno ricevuto 5 chili di riso e 10 di mais. I convogli umanitari sono al centro di un fuoco incrociato. L'esercito governativo li blocca per impedire i rifornimenti di cibo agli insorti. I fuggitivi li assaltano per una manciata di farina. I ribelli li rapinano per barattare cibo con armi. Sospesa tra guerra santa, conflitto civile, battaglia tribale e insurrezione patriottica, la Somalia è sconvolta dal compimento della più temuta catastrofe umanitaria del mondo.
Due ore di futuro. Il futuro, la prevedibilità degli eventi, si estendono ad un paio di ore. "Non vogliamo il ritorno delle Corti islamiche - dice il vecchio Sheikh Osman Hamsow-Abd vicino alla moschea di Al Idayha, nella capitale - ma i responsabili di questa carneficina se ne devono andare".
L'ultima spiaggia. Nelle ultime ore gli sfollati sono sempre più deboli. Mogadiscio si svuota. Per accorciare la marcia i più vecchi passano dalla spiaggia affacciata sull'oceano indiano. Camminano fino a Merca, cento chilometri a sud. Questa notte tre anziani sono morti sulla riva. I corpi, secchi come conchiglie spezzate, giacciono accanto ad una scuola mobile, allestita sotto una tenda per i figli dei rifugiati. I bambini, accanto, continuano a giocare a pallone prendendo a calci una sfera di alghe. In una capanna, costruita con i carapaci delle testuggini giganti, è riunita la "polizia".
Il potere delle armi. Affitta scorte alle organizzazioni non governative che tentano di fronteggiare l'emergenza. Ora stanno concordando le tariffe, come fossero taxi. Ma la polizia, in Somalia, non esiste. Milizie claniche controllano porzioni di territorio. Se cambia la zona, cambia la scorta, composta da poveracci alla fame, in ciabatte, con il kalashnikov in mano. Tutto dipende da chi possiede più armi. Un terrorista delle Corti può finire a spalleggiare un "signore della guerra", passando dai ribelli all'esercito governativo, o viceversa. Si cambia casacca per una cesta di manghi, nessuno ci bada. Al riparo dei gusci di tartaruga i capi attendono l'annuncio del nome del nuovo primo ministro. Sarà un hawiya, Nur Hassan Hussein, della famiglia Abgal. Domani decideranno a chi passa la sicurezza e chi tocca fuggire. "Per parlare di riconciliazione - dice il sultano Moaim Adnan Osman - è necessario che un nuovo governo dialoghi con l'opposizione, coinvolgendo tutti i clan, aprendo ai moderati delle Corti islamiche ed emarginando i fondamentalisti. Gli invasori etiopici, i loro amici della Cia, se ne devono andare, consentendo l'invio delle forze di pace africane delle Nazioni Unite. Solo così, con il sostegno di Unione europea e Lega araba, potremo arrivare al disarmo, all'elezione di istituzioni autorevoli e alla ricostruzione del Paese".
Di fretta verso Sud. Sembra un sogno, tutti lo raccontano come automi, nessuno ci crede. Chiudere i mercati e il porto di Mogadiscio significa scegliere di annientare la propria gente. Sparare sulla folla in fuga vuol dire rendere insuperabile l'odio tra Somalia ed Etiopia, tra mondo islamico e Occidente. Hassan Mursal lo sa. Per questo ieri mattina è partito. Ha un bastone, un camicione bianco e rigido come fosse di calce. Ad Afgoy dice di cercare la famiglia di suo fratello, scomparsa da aprile. Perché è rimasto solo, perché va verso sud, dove pensa di arrivare digiuno e a piedi scalzi, cosa deve annunciare ai nipoti? Non risponde alle domande. Alza le spalle, come andasse di fretta ad un appuntamento.
La strada di un popolo. Tutti, qui, capiscono che saranno i loro corpi, la loro carne, a dare infine un senso fisico all'essenza del destino. Dietro ad Hassan inizia a muoversi un popolo. Non sa dove andare: ma forse, scappando in massa dall'orrore, protestando con il sacrificio estremo di se stesso, rifiutandosi di morire, sta trovando la sua strada.
Somalia: 170 mila profughi in fuga da Mogadisco, 850 mila gli sfollati
Circa 173 mila abitanti di Mogadiscio sono fuggiti dalla città nelle ultime due settimane a causa della ripresa dei combattimenti tra le truppe somale ed etiopi e i guerriglieri legati alle deposte Corti islamiche: lo ha annunciato l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr).
L'ultimo dato fornito dall'Unhcr riguardava 90 mila persone in fuga dalla capitale somala alla fine di ottobre che, stando a quanto precisato dal portavoce dell'Unhcr a Ginevra, Ron Redmond, si sono unite alle 150 mila già sfollate nella località di Afgoye, circa 30 chilometri a ovest di Mogadiscio, dove i bisogni umanitari sono «enormi». «Molte famiglie vivono semplicemente sotto gli alberi» in condizioni «estremamente difficili», ha detto Redmond.
La Somalia conta ormai 850 mila sfollati, di cui 450 mila avevano abbandonato le loro abitazione dopo l'offensiva lanciata dal governo di transizione con il sostegno delle truppe etiopi all'inizio del 2007.
Scontri, azioni di polizia e civili in fuga a Mogadiscio, dove non si ferma nella capitale somala la guerriglia urbana tra le truppe etiopi, sostenute dalle forze somale, e le milizie delle deposte Corti islamiche.
Le violenze degli ultimi giorni hanno causato la fuga in massa da diversi quartieri della capitale, mentre nella zona del mercato di Bakara e' continuata anche nel weekend l'operazione militare lanciata dai soldati etiopi per scovare i depositi di armi dei militanti ribelli.
Intanto l'Unione europea ha lanciato l'ennesimo allarme per gli sfollati: testimoni oculari parlano di abusi ai danni dei civili, spesso intrappolati tra due fuochi e impossibilitati alla fuga.
Inoltre, per l'ottava volta dall'inizio del 2007, il governo ha chiuso "Radio Shabelle", una delle principali emittenti radiofoniche somale, perche' ritenuta troppo vicina al fronte antigovernativo.
Nei giorni scorsi l'Onu aveva spiegato che dispiegare una missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite in Somalia non e' realistico o praticabile data la situazione della sicurezza nel Paese.
Lo aveva detto il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon nel suo ultimo rapporto sullo Stato africano dove si sono intensificati i combattimenti e manca qualsiasi progresso verso la riconciliazione politica. La situazione, secondo Ban, e' cosi' disperata che non e' ancora stato possibile inviare una missione di valutazione tecnica in loco.
Ad oggi vi e' nel Paese una missione dell'Unione Africana, cui il segretario Onu ha detto di star continuando a dare il sostegno delle Nazioni Unite, mentre queste, dal canto loro, hanno avviato «una valutazione strategica» dei propri interventi in Somalia «con l'obiettivo di fornire un approccio integrato e un quadro per l'impegno» Onu nel Paese.
«Data la complessa situazione di sicurezza in Somalia - secondo Ban - potrebbe essere opportuno esaminare altre opzioni di sicurezza, tra cui il dispiegamento di una robusta forza multinazionale o una coalizione di volenterosi» che «potrebbero essere inizialmente piccole e autosufficienti, crescendo nel tempo, con la realizzazione di specifiche politiche di sicurezza e di pietre miliari. A tempo debito, una forza di questo tipo potrebbe essere costituita ad un livello che permetta alle forze etiopi di avviare ritiro dal Paese prima parziale e poi completo». Gli Etiopi sono infatti in Somalia per sostenere il governo di transizione generato con il consenso internazionale.
Le Nazioni Unite in Somalia continuano a condurre un duplice approccio, incoraggiando il dialogo tra il governo di transizione e i gruppi di opposizione, con l'obiettivo di produrre una cessazione delle ostilita' e la creazione di istituzioni pubbliche inclusive e un rafforzamento della missione dell'Unione Africana al punto da consentire di ritirare le forze etiopi e di realizzare una certa stabilita'.
Proseguono anche gli incontri ad alto livello per cercare di trovare una soluzione politica alla crisi Ban non ha pero' nascosto le difficolta' di soluzione in un Paese che non ha avuto un governo nazionale funzionante dal 1991 e rimane preda di violenza e sede di sofferenze umanitarie. Al momento infatti il Paese e' lacerato e diviso in regioni autoproclamatesi indipendenti, mentre a Mogadiscio, la capitale nazionale, ogni giorno vi sono attacchi degli insorti islamici contro le forze governative ed etiopi.
Almeno 80 civili somali sarebbero rimasti uccisi a Mogadiscio a seguito di violenti scontri tra l’esercito etiope (sostenuto dal governo provvisorio di Baidoa) e gli insorti delle Corti islamiche del sud. La battaglia, in corso dal 27 ottobre, è la più violenta da quando, nell’aprile scorso, una vasta offensiva etiope si era conclusa con la morte di migliaia di persone e la distruzione di molti quartieri di Mogadiscio. Nonostante l’appoggio militare dell’Etiopia, il regime ad interim capeggiato dal presidente somalo Abdullahi Yusuf sembra incapace di porre fine ai disordini che attanagliano il paese, ormai in preda a cicli di violenza regolari dal lontano 1991, anno della deposizione di Siad Barre.
Ma l’amministrazione Bush non aveva fatto i conti con una coalizione di signori della guerra somali unitisi attorno alle Corti islamiche, le quali presero il potere nel 2006 per poi perderlo per mano dell’esercito etiope alla fine dello stesso anno. Da allora, gli sconfitti si sono ripiegati a macchia di leopardo in molte aree del paese per promuovere la “jihad” contro gli occupanti etiopi. Le Monde non esita più a parlare di “irachizzazione” del conflitto somalo. Contattato da Panorama.it, Roland Marchal, ricercatore presso il Centre d’Études et de Recherches Internationales (Ceri) ed esperto del Corno d’Africa, conferma che “la guerra somala assomiglia sempre più a quella irachena. Come gli Stati Uniti in Iraq, la Somalia è stata occupata da un esercito straniero, in quel caso etiope, rivelatosi incapace di instaurare la pace e la sicurezza”. Al punto che l’ex premier somalo Mohamed Ghedi ha suggerito la creazione a Mogadiscio di una zona verde sul modello di quella di Baghdad. “Allo stesso modo delle comunità sciite e sunnite dell’Iraq”, prosegue Marchal, “gli insorti somali sono afflitti da lotte intestine trasversali ai clan locali”. La sua cobnclusione: “Dopo Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti stanno fallendo anche in Somalia”. Con centinaia di migliaia di profughi e il rischio di vedere il conflitto assumere proporzionali regionali, il conto per la Casa Bianca si annuncia di nuovo salatissimo.
Il video sull’ultima ondata di violenza in Somalia (BBC)
Somalia: Who is accountable for the massacring and displacing Mogdishu Civilians? Press Release:
Mogadishu 11, Nov.07 ( Sh.M.Network)- Mogadishu inhabitants are shifting from the bombardment in an area to another area which it is going to be shelled next while mothers and children are waiting when to be hit by the bullets and rockets from the insurgents and the indiscriminate shelling of Mortars , artilleries, PMs of the Ethiopian troops.
The worlds worst humanitarian crises and prevalent violations of human rights is inflicted on the Somali civilians who are severely suffering from the major results of the fighting taking place between the Ethiopian troops and the insurgents , who are all using the civilian residents as their forces base. Massive displacement and insecurity in Mogadishu pressed the international humanitarian agencies to appeal and call for the international community to save the poor residents of Mogadishu from the recounting humanitarian devastation. AU mission is encouraged to deploy their troops soon to replace the Ethiopian troops or "coalition of willing " as the UN secretary general declared , while the government is not even commenting the situation as it is not responsible from their people and not give the least consideration to the massive destruction of live and properties which they are accountable to all what is taking place. .
"Violations of the laws of war is overrating to be documented, because of the endless fighting that takes place continuously in the densely populated areas which the insurgent forces are rocketing from and the extensive indiscriminate shelling and bombardment of these civilian areas by Ethiopian forces in response." Said Ahmed "kiimiko" the focal point of Somalia for East and Horn of Africa Human Right Defenders Network
What flared up the situation, as it is now obvious that Ethiopian troops are extensively undertaking revenge for, is the dragging the dead corpses of the Ethiopian troops in the capital streets by the insurgents which is also inhumane and forbidden in Islamic religion and the international human rights instruments. The dead body is sacred and should be buried.
The death toll of the latest fighting reaches now sixty three civilians as reliable sources indicating while more dead bodies are found in some areas and became difficult to collect since Ethiopian sharpshooters are shooting any attempt to collect. Thousands of civilians are displaced, casualties are over three hundred while a heavy loss of property is in place. Both sides have shot innocents in their residences and in the streets . The Ethiopians troops from the windows of the top buildings, which they forcibly took and made bases for their forces in the civilians residences, were shooting beside their shelling with the tanks and all kinds of rockets and heavy machine guns.
Ethiopian troops were not simply only confronted with Islamists and radical militias of the insurgents but with a broad front of clans and groups that are hardly or not related to the Islamists but shared their perception and rejection of the Ethiopians as a joint enemy, and this was encouraged by the Ethiopians themselves when they failed to take all feasible precautions to avoid incidental loss of civilian life and property, such as by failing to verify that targets were military objectives. Said Ahmed " Both sides are war criminals and violated laws of war and international humanitarian laws." The Focal point of Somalia for East and horn of Africa Human Rights defenders and Chairperson of Human Rights defenders Network, Ahmed Kiimiko Concluded.
We finally call for all sides fighting in the city to unconditionally cease fire and respect the international human rights instruments and we also appeal the international community to undertake suitable measures on all these armed groups involved these war crimes and violated by international humanitarian law, with criminal intention to be prosecuted in international courts for war crimes. Also we call for emergency humanitarian assistance for these displaced people who are now in the city environs and posses nothing.
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Human Rights Reporting Office
Somali Human Rights Defenders Network (SOHRIDEN)
Somalia: more than twenty cadavers found in some parts of Mogadishu
Mogadishu 10, Nov.07 ( Sh.M.Network)- More than twenty additional corpses were found in some parts of Mogadishu Somalia most of these corpses were combinations of women and elderly people killed by the Ethiopian troops.
The bodies of these people were mostly collected from the spots they were shot especially Shirkole Officiale in Hodan district. Ethiopian forces in these places evacuated these areas this morning after they were two days in the zone.
The bodies were not all in the same area, but inches away from each other, some of these people were taken away from their abodes as eye witnesses reported.
Ten out of the twenty bodies found this morning were butchered around Ali Shire mosque at Shirkole a section of Hodan district. One of the cadavers’ collectors’ told radio Shabelle that most of the bodies have swollen, a pregnant mother was among the bodies the bodies gathered.
Some of these bodies include freshly killed people including a donkey raider there are also some people whose bodies yet lay in some of the foot path whereby people can not dare to enter because of shot on sight.
The total number of the people killed by the Ethiopian troops consciously in some parts of Mogadishu in the past two days numbers 100 and of people were killed 65 intentionally and the other 35 by stray bullets and missiles.
These days the detorotieting situation of the city is generally intensifying.
(ANSA) - MOGADISCIO, 9 NOV - Si aggrava il bilancio delle vittime della battaglia scoppiata ieri a Mogadiscio: i cadaveri giacciono in strada. La speranza di un intervento dell'Onu si allontana proprio a causa della crescente insicurezza. Secondo le fonti locali, i morti sarebbero almeno 40, tra cui 8 civili uccisi da un proiettile di mortaio. Altri 12 corpi, tra cui quelli di due donne, sono invece abbandonati nelle strade nel nord della citta'. I militari uccisi sarebbero cinque.
I' m just here to inform you about some things you may not realize...and I hope you will help me to inform others about this situation!
Thanks.
NAIROBI, 1 November 2007 (IRIN) - About 10,000 children are severely malnourished and at risk of death in the Lower and Middle Shabelle regions of Somalia as food prices experienced a sharp increase and the ongoing conflict hindered access to those affected, early warning agencies said.The rapidly worsening humanitarian situation was due to the cumulative effects of conflict, insecurity and civilian displacement affecting over 600,000 people, the Food Security Analysis Unit for Somalia (FAO/FSAU) and the Famine Early Warning Systems Network (FEWS Net) said in a joint statement issued on 31 October.
The latest nutrition surveys conducted by FSAU in the Shabelles confirmed global acute malnutrition rates of 17 percent and severe acute malnutrition rates of 4.8 percent - above the UN World Health Organization emergency threshold of 15 percent.
"Approximately 38,000 children under the age of five years in the rural population are estimated to be acutely malnourished, with 10,000 estimated to be severely malnourished and at risk of death if they do not receive the appropriate care," the statement warned, adding that poor water and sanitation conditions, limited health services, increased food sharing and reduced food access were to blame.
Food prices have risen above the reach of most of the displaced after the lowest cereal production in 13 years, trade disruptions, inflation and the rapid devaluation of the Somali shilling.
"In the three main market towns of Jowhar [Middle], Afgoi, and Merka [Lower] in the Shabelle regions, current October prices compared to the five-year average are between 235-255 percent [higher] for imported rice, 165-210 percent for local maize, and 200-210 percent for vegetable oil," said the statement.
Renewed fighting in Mogadishu further disrupted economic activities - reducing livelihood options and increasing humanitarian needs.
Christian Balslev-Olesen, the acting UN Resident and Humanitarian Coordinator for Somalia, has called for all parties in the conflict to minimise the suffering of the civilians and facilitate humanitarian access.
The appeal, in an open letter, was in response to the latest upsurge in violence in the capital, which, according to the UN Refugee Agency, left 90,000 people displaced.
"All parties including the Ethiopian forces must respect international humanitarian law," he said, "especially the distinction between civilians and combatants at times of armed conflict and the non-targeting of predominantly civilian structures."
Calling for a stop to further displacement and threats, he urged the parties to guarantee the safety of aid workers and their assets.
SOMALIA: Mogadishu violence frustrating aid response
A humanitarian catastrophe is unfolding in south central Somalia, say aid agencies
NAIROBI, 31 October 2007 (IRIN) - The worsening state of security in the Somali capital of Mogadishu has hindered the work of aid agencies trying to tackle "an unfolding humanitarian catastrophe" in the Horn of Africa country, a group of non-governmental organisations (NGOs) said.
"International and national NGOs cannot respond effectively to the crisis because access and security are deteriorating dramatically at a time when needs are increasing," 40 NGOs said in a statement issued on 30 October.
"There is an unfolding humanitarian catastrophe in south central Somalia. Tens of thousands of people are currently fleeing violence in Mogadishu adding to the 335,000 people already needing immediate lifesaving assistance in Mogadishu and the Shabelle [Lower and Middle] regions," the statement added.
According to the NGOs, the parties to the current conflict and the international community have a responsibility to protect civilians, allow the delivery of aid and to respect humanitarian space and the safety of humanitarian workers.
Some of the major problems, the statement said, are harassment, intimidation, roadside bombs and landmines, as well as increased delays at checkpoints, where they have to pay to pass through.
"The purpose of the statement is to highlight how difficult it is to provide necessary assistance and the frustration of NGOs at not being able to respond adequately," said Réiseal Ní Chéilleachair, NGO Consortium focal point, on behalf of the NGOs.
In Mogadishu, there was relative calm for the second night following a weekend of furious fighting between insurgents and allied Ethiopian and government troops, which displaced thousands of families and claimed the lives of over 30 people.
A civil society source, however, said displaced families were afraid of renewed clashes and had not returned home. "I think for now many will stay where they think they will find a night of safety," he added.
Catherine Weibel, associate information officer for the UN Refugee Agency in Somalia told IRIN: "We now have preliminary reports that indicate about 35,000 people fled the city over the weekend."
Most of those leaving Mogadishu headed to the town of Afgooye, 30km south of Mogadishu, which was already struggling to cope with an earlier influx of up to 100,000 people who fled the capital earlier this year, the agency said.
Since intense fighting between Ethiopian-backed government troops and insurgents began in February, at least 1,000 people have reportedly been killed and more than 400,000 displaced.
...la situazione sta degenerando...una catastrofe che il mondo finge di non conoscere...se potete...fate girare...
Grazie.
Somalia: crisi umanitaria senza precedenti per l'infanzia
Mai così grave la situazione negli ultimi 16 anni
Sono ormai migliaia i morti e i feriti causati dai combattimenti a Mogadiscio tra Corti islamiche da un lato e Governo di transizione e truppe etiopi dall'altro.
Oltre 400.000 le persone sfollate, la maggioranza delle quali sono donne e bambini.
Dopo la prolungata siccità che ha colpito la Somalia tra il 2005 e il 2006, donne e bambini somali sopportano ora gli effetti di un'emergenza complessa, in cui guerra civile, alluvioni ed epidemie si cumulano mettendone a grave rischio le possibilità di sopravvivenza.
Le regioni centrali e meridionali del Paese, dove risiede il 70% della popolazione, sono le più colpite sia dalle alluvioni che dalle epidemie e dagli effetti della guerra.
«La situazione a Mogadiscio è la più grave degli ultimi 16 anni» ha affermato il Rappresentante dell'UNICEF in Somalia Christian Balslev-Olesen. «Migliaia di persone sono in fuga dalla capitale, prive di assistenza sanitaria, cibo e protezione.
Anche se si è abituati a considerare la Somalia un Paese senza Stato, ciò che sta avvenendo non ha precedenti. La Somalia sta sperimentando un qualcosa che la sua popolazione non aveva mai visto prima.»
Un paese sull'orlo del collasso.
Tra la fine del 2006 e l'inizio del 2007, dopo oltre due anni di siccità, gravi alluvioni hanno sconvolto gran parte del paese, contribuendo allo scoppio di gravi epidemie di diarrea acuta - con 16.593 casi e 593 morti tra gennaio e metà aprile - e all'aggravamento dei tassi di malnutrizione infantile.
Già prima dell'ultima crisi, un bambino su tre nel paese risultava malnutrito, 1 su 6 non raggiungeva il quinto anno di vita, e più di mille donne morivano ogni anno di parto.
Il conflitto in atto ha fatto ora precipitare il paese in una crisi umanitaria drammatica.
Gli ospedali sono sovraffollati di feriti; donne e bambini cadono vittime di sparatorie, colpi di mortaio e bombardamenti.
Crescono gli abusi e le violazioni dei diritti umani. Il numero di sfollati è in costante aumento, e l'impossibilità di accedere ai più elementari servizi di base contribuisce al degrado delle condizioni sanitarie e alla diffusione delle epidemie.
Tratto da ALTRENOTIZIE -fattie e notizie senza dominio- Venerdi, 2 Novembre.
Continua a peggiorare la situazione in Somalia, dove la violenza ha raggiunto livelli che non si vedevano da oltre dieci anni. Le truppe etiopi d’invasione e le bande dei signori della guerra ai quali è stato affidato il governo-fantoccio su indicazione del Dipartimento di Stato americano, hanno gettato nel caos il paese: Mogadiscio è un campo di battaglia e i suoi abitanti fuggono a centinaia di migliaia. Oltre quaranta organizzazioni umanitarie hanno redatto un appello, denunciando l’imminente pericolo di vita per oltre trecentomila persone; un po’ meno di quante ne sono morte nella tragedia del Darfur. Mentre la capitale somala è ridotta ad un campo di battaglia, sono scoppiati scontri anche tra le regioni semi-autonome del Puntland e Somaliland, lasciando ai somali ben poche aree del paese nelle quali rifugiarsi per sfuggire alla guerra. Il Governo Federale Transitorio, o chi per lui, rifiuta di distribuire il cibo nei campi-profughi, sostenendo che donne e bambini sono “terroristi”. Nell’ultima settimana è anche stato arrestato e detenuto per alcuni giorni il responsabile del Programma Alimentare Mondiale (PAM), accusato dalla banda governativa di sostenere i “terroristi islamici”: arrestato e detenuto senza che gli fosse contestata alcuna accusa.
Continuano inoltre gli omicidi dei giornalisti, l’ultimo ha riguardato il capo di Shabelle Network e il numero di profughi in fuga da Mogadiscio ha superato la cifra di seicentomila (su un milione di abitanti), ma la Somalia sembra essere stata inghiottita da un buco nero informativo. Le uniche notizie che ogni tanto appaiono sulla stampa italiana riguardano i “pirati” somali o qualche lancio su un attentato degli “islamici”. Il 29 ottobre si è dimesso il primo ministro Ali Mohamed Gedi, si sentiva troppo contestato e ha deciso di dimettersi “per il bene del popolo somalo”; nessun media italiano se ne è accorto.
Tutto molto inadeguato, visto che dallo scoppio della “Guerra di Natale”, quando l’esercito etiope invase la Somalia imponendo una governo che non ha alcun sostegno popolare, ma quello fondamentale di ONU e Stati Uniti, in Somalia è andato tutto di male in peggio. Le truppe etiopi si trovano oggi impantanate non diversamente da quelle americane in Iraq e il contingente di peacekeeper ONU non si è mai costituito nella sua interezza, visto che può contare solo su un migliaio di soldati ugandesi e che nessun paese africano è corso in aiuto degli etiopi. Etiopi che godono ora del totale risentimento di tutta la popolazione somala. Bush e Rice non hanno avuto una grande idea nell’incaricare dell’invasione il nemico storico della Somalia, ancora meno aveva avuto una gran idea l’etiope Zenawi affermando che l’invasione era motivata dal timore di “una invasione somala dell’Etiopia”. La solita guerra preventiva, dove l’elefante attacca la formica dicendosi minacciato.
Finale tragico abbastanza scontato: visto che l’Unione Africana aveva condannato l’invasione etiope, era difficile immaginare che ci fosse la fila di paesi desiderosi di inviare le proprie truppe ad assistere alla prevedibile mattanza tra etiopi e somali. Come in Iraq il bollino ONU non è bastato a dare autorevolezza ad un governo somalo che non rappresenta nessuno, che non è stato eletto da nessuno e che vive solo grazie al sostegno militare dell’Etiopia e a quello politico-economico degli USA. La sostituzione di Ghedi dovrebbe essere approvata dal “parlamento” somalo (mai eletto), che però al momento è disperso, visto che più della metà dei suoi membri sono considerati “nemici” dal governo e dall’Etiopia. Abdullahi Yusuf Ahmed, il presidente somalo, è impegnato dalla crisi che vede il suo Puntland spararsi con il Somaliland. Alla fine il premier somalo lo sceglieranno gli etiopi, all’interno dello stesso clan di Ghedi, un “boss”, uno che sappia comandare, diverso dall’impacciato Ghedi; il nuovo premier sarà sicuramente accolto con calore dai somali.
Colpisce che mentre per i fatti in Birmania si è mobilitata l’infosfera globalizzata, per le stragi della dittatura etiope, in Somalia come nella regione “ribelle” dell’Ogaden, come ad Adis Abeba contro gli oppositori, non si muova nessuno. Non uno dei tanti campioni dei diritti umani, non un solo media tra quelli che mettono all’attenzione dei propri consumatori le sofferenze dei popoli del Darfur o della Birmania, fino a quelli che accusano paesi come l’Iran di essere “stati canaglia”, spende una parola contro la sanguinaria dittatura di Meles Zenawi o per la sorte di centinaia di migliaia di somali morenti.
Un fenomeno che sarebbe strano se non fosse addirittura scontato, quanto rivelatore di una realtà che vede ormai il prodotto-informazione assolutamente omologato e prono alle direttive dei consigli d’amministrazione dei grandi network globalizzati, i quali non hanno alcun interesse a disturbare le politiche occidentali, ancora meno per correre in aiuto di paesi poveri e lontani. Paesi dove vivono popoli ai quali da tempo immemore è negata l’opportunità di far arrivare le proprie sofferenze all’attenzione delle opinioni pubbliche dei paesi occidentali.
...strano il mio destino...che mi ha portata qui...serata malinconica...di quelle che si sa...prima o poi arrivano...e ti sorprendono...e ti scombussolano...come se non lo fossi già...
...ed i pensieri pesano come macigni...e fa male pensare...
...e fa male non pensare a te...dove sarai...
...per fortuna c'è lui...il mio angelo custode...
...lui si che mi protegge...non quei brutti ceffi che girano con collane di proiettili al collo e che non mi lasciano fare un passo...
...ora dorme con la testolina appoggiata sulla scrivania...ogni tanto apre gli occhi...accenna un sorriso..e si riaddormenta..."devi andare, è tardi" gli ho detto...ma lui ha detto no...ed ha sorriso..."Marzia compiutero...Mohamed..."ed ha indicato la sedia accanto alla scrivania...e come pui dirgli di no..e poi dove dovrebbe andare...
...è buio...il silenzio interrotto da uno sparo...poi un' altro...e un' altro ancora...Mohamed si sveglia...ma senza scomporsi...sorride di nuovo...come se volesse rassicurarmi...lui a cui gli spari sembrano la cosa più normale del mondo...lui che forse non immagina esistano posti in cui la guerra non esiste...
...torna il silenzio...la "normalità"...penso che il mondo sia ingiusto...
(ANSA) - NAIROBI, 1 NOV - Tre giorni di violenti combattimenti a Mogadiscio hanno provocato la fuga di almeno 88.000 persone dalle loro case. 'Quasi 90 mila persone sono scappate oppure si sono trasferite in zone piu' sicure della citta' per sfuggire all'ultima ondata di violenza', scrive l'Unhcr. Diversi anche i civili morti nelle violenze degli ultimi giorni. Gruppi di persone protestano e chiedono disperate l'aiuto della comunita' internazionale.
Non so se in Italia se ne stia parlando, qui, grazie ad Aljazira (l'unico canale che, satellitare permettendo, riesco ognitanto a vedere) si è creato un caso diplomatico....giustamente direi!!!
...ci vorrebbero i lavori forzati a vita, come giustamente richiesto dalla magistratura del posto, ma sapete cosa succederà....il governo francese pagherà...tanti soldi...e tra qualche giorno qualcuno chiederà scusa per aver creato questo gran casino. Ricordate Madonna lo scorso anno...polemiche su polemiche per la sua "strana" adozione...e cosa è successo...nulla...i soldi versati al governo del Malawi le hanno permesso di poter scegliere il giocattolino colorato per i suoi bimbi pallidi!
...dovrei scrivere tante cose...delle emozioni vissute in queste ultime settimane...di una notte bianca a Bruxelles...di una festa-saluto a sorpresa...delle persone meravigliose che mi circondano...e tante tante altre cose...ma ho il cuore che batte talmente forte da togliere il fiato....e allora...accontentatevi un semplice abbraccio....tra poche ore ho il volo....la Somalia mi aspetta....
...fine settimana di chiacchiere...perchè la chiacchiera è donna...ma forse anche un pò uomo...
...un sabato sera nel nostro solito pub...che ormai è la nostra seconda casa...
...la mia sorellina si è innamorata...e le brillano gli occhi....e lui...e lui è propio una persona speciale....ha superato il temuto esame....sono belli insieme...sono...proprio belli.... E vedere Simi felice...dopo tutto questo tempo....rende felice anche me...
...anche Peppe si è innamorato....si....lo nasconde...ma gli riesce male...e lo vedo allontanarsi per andare a prendere da bere....e sparire dientro ad una colonna...e ritornare dopo qualche minuto...e sorride....
Altro che primavera....è in autunno che sbocciano gli amori....
E torniamo a casa canticchiando una vechia canzone....
"Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l' oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all' infinito
e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io..."
La sveglia suona....sono passate solo 4 ore...ma riusciamo a svegliarci....o almeno ci proviamo....domenica di mercato....Porta Portese...che belli che sono i mercati....
Dopo ore di ricerche....e votazioni nulle....riesco a trovare un velo...lo provo...votazione unanime di amici più commesso...il quale mi guarda un pò sbalordito..."scusa....ma vuoi diventare musulmana?"...gli spiego che dovrò usarlo in Somalia...chiacchieriamo un pò..."cmq ti sta proprio bene...risalta il tuo sguardo....dovresti usarlo anche qui in Italia!"....sorrido....
E cammino....e a volte mi manca il respiro...e non riesco a dormire...e passo ore a fissare il soffitto...
Venerdi la mia prima riunione.....ascoltavo il mio capo...e quasi non mi sembrava vero che stesse parlando a me...e forse deve averlo capito....alternava momenti di etrema serietà....a battutte poco divertenti sui serpenti e le cavallette che mi stanno aspettando al campo...
Mi stringe la mano...mi augura buona fortuna...esce dalla stanza...mi ritrova li dopo alcuni secondi...nella stessa identica posizione.... "Ricordati di scannerizzare il passaporto...dobbiamo inviarlo a Bruxelles...così prenotiamo il volo!"...scompare nuovamente.... Chiedo a M. di cosa si tratti...mi spiega che gli aeroporti in Somalia sono chiusi...ci sono dei voli speciali per i cooperanti da Nairobi... No...ancora non ci credo....io su un volo per i cooperanti....io...
Sento che sto facendo la cosa giusta...nonostante le paranoie....e vorrei capirci qualcosa in più..ma so che non succederà....e sento l' amore....lo sento intorno a me....e vorrei per una volta superare le mie paure...lo vorrei...ma so che non succederà...ed anche se che la vita non è una collezione di momenti sbagliati...a volte le cose succedono nei momenti meno opportuni...
Vorrei conoscer l' odore del tuo paese,
camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell' aria sale e maggese,
gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
parlando con me del tempo e dei giorni andati,
vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero,
come se amici fossimo sempre stati.
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scuri
e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io...
Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c'è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d' un rabbuiarsi e del tuo gioire;
vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
e per farmi da te spiegare cos'è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l' universo.
Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
o il mare di una remota spiaggia cubana
o un greppe dell' Appennino dove risuona
fra gli alberi un' usata e semplice tramontana
e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io...
Vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo
impliciti dentro al semplice tuo camminare
e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l' oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all' infinito
e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io...
F. Guccini